07.03.2009
Born Somewhere
(di Sandro Parmiggiani)
Ci guardano, i bambini che Francesco Zizola ha fotografato nelle terre del mondo.
Ci guardano con occhi che esprimono sentimenti opposti: quelli avidi d’affetto di chi è al margine della vita, e combatte ogni giorno la sfida della sopravvivenza, e quelli assenti, colmi di una stanchezza senza fine, di chi è stato costretto, magari dalle smanie di successo dei genitori, a dismettere la condizione di bambino per entrare nel presunto mondo dorato della televisione, del cinema, della moda.
Ci guardano, soprattutto, i bambini sfregiati dal cinismo, dalla corsa al denaro, dalla mancanza di compassione che governano il mondo: i bambini cacciati dalla propria terra, profughi in una terra straniera, o quelli che recano nel corpo le mutilazioni causate da una delle tanta guerre che quotidianamente si svolgono nel pianeta.
Ci guardano i bambini sbattuti negli orfanotrofi o approdati nei riformatori, i bambini sfruttati, che lavorano in condizioni che nemmeno per un adulto sarebbero sopportabili, i bambini che hanno la strada, e non una casa, come unico abituale rifugio, o quelli ridotti a cercare nelle immondizie qualcosa con cui sfamarsi.
Ci guardano i bambini colpiti dall’Aids e quelli, nei cui occhi ogni innocenza è perduta, immolati sull’altare dell’industria del sesso, o storditi dagli effluvi della colla che inalano. E, in qualche immagine, ecco i corpi senza vita dei bambini, che giacciono sulla terra, e non possono più guardarci.
Quando si parla di fotografia c’è un pregiudizio diffuso. Giacché si amano fare delle classificazioni, stilare graduatorie e fornire etichette interpretative, ci sarebbero una fotografia, e fotografi, che fanno ricerca artistica, mossi esclusivamente dall’intento di fare arte utilizzando il mezzo fotografico, indi una fotografia, e fotografi, che catturano frammenti della realtà e della vita, cercando di afferrare brandelli di poesia, e infine il fotoreportage, e i fotografi che lo praticano, che in qualche modo sono ingabbiati dalla necessità di documentare visivamente un fatto mentre si svolge, una realtà che è un frenetico divenire.
Davanti alle foto di Francesco Zizola, fotoreporter che ha lavorato con l’agenzia Magnum fino al 2005, e ha ricevuto, tra gli altri, il premio della World press photo nel 1996, per una foto delle miniere dell’Angola, inclusa in questa mostra, presto si capisce che le categorie interpretative cui si alludeva sono assai poco utili per comprendere e amare la fotografia-così come lo sono le etichettature che vengono disinvoltamente usate da tanti "chierici" per evitare di misurarsi con il corpo dell'opera d'arte espositiva, ha scelto di riservare alla fotografia un posti di rilievo nei suoi programmi, ha presentato nel passato due mostre, una dedicata ad Eugene Smith e l'altra a James Natchwey, alle quali idealmente questa esposizione di Francesco Zizola si collega.
C'è infatti un'affinità profonda tra le fotografie di Smith, di Nachtwey e di Zizola - sono certo che James e Francesco sottoscriverebbero l’ambizioso proponimento che Smith affidava al suo mestiere di fotoreporter: "Il modo più efficace per essere un buon giornalista è cercare di essere il miglior artista possibile".
Ci hanno dimostrato, Smith, Nachtwey e Zizola, che si può essere, insieme, fotoreporter e artisti quando non ci si accontenta di cogliere le apparenze, ma ci si vuole calare nella verità, spesso oscura, delle cose, scegliendo di stare dalla parte dell’ombra, in una sorta di terra di esilio, dove meglio si può vedere il nulla che se ne sta alla luce "ufficiale", ed invece percepire l’umano che s'annida in tutto ciò che abitualmente viene rimosso, dimenticato, amputato dal modo convenzionale di guardare il mondo.
Come per Smith e Nachtwey, due maestri della fotografia del Novecento, possiamo subito comprendere che l’occhio di Zizola è segnato da un giudizio etico e da un sentimento di compassione umana per ciò che si va vedendo. Ecco l’origine profonda – aldilà delle abilità di saper inquadrare, di cogliere sempre un elemento, un perno attorno a cui ruota l’immagine, che sempre si fonda sui contrasti tra luce e ombra - del modo di Zizola di essere artista.
Le sue fotografie ci entrano dentro per restare: lui ha saputo misteriosamente farvi transitare, imprimervi i suoi pensieri e i suoi sentimenti, ed ora esse sono sì un documento, uno specchio e una testimonianza di un momento di verità, ma anche una denuncia e una sfida all’insensibilità di chi cinicamente ritiene che "così va il mondo", e che nulla si possa fare per cambiarne il corso e quello che pare un destino, doloroso e immodificabile, di milioni di persone. |
05.03.2009
Christian Poveda, Lo Scorzese del documentario
(de Alain Mingam)
Christian Poveda non ha mai dimenticato il fotogiornalista che è stato negli anni ’80 in Cile, Nicaragua, Argentina e Salvador, nel cuore di una America latina in piena guerra civile.
Sempre al “momento giusto nel posto giusto”: C’è qualcosa in lui che fa ricordare uno Scorzese del documentario delle nefandezze dell’animo umano, tanto care a Norman Mailer nel giardino degli Stati Uniti.
Lui stesso infiltrato fino al collo nella vita della Mara Salvatrucha 18, maneggia la macchina con un senso di prossimità che gli rende impossibile la realizzazione di 24 menzogne al minuto per citare Godard.
No, perché fedele alla sua etica di giornalista si vieta anche la più piccola caricatura, ma senza compiacimento; il suo sguardo rende tutti attori di uno scenario lampante di ragazze e ragazzi, gli eroi tragicamente ordinari di un reale mai rivelato.
Lo sguardo di Christian Poveda è pungente, e come la punta di un ago che incide sulla loro pelle, anche le sue immagini incidono sulla pellicola tutti i segni tatuati della loro appartenenza a questa famiglia sostitutiva che è la gang.
Per imprimersi o fissarsi per sempre nella nostra coscienza di appassionati di cinema verità, il segno indelebile di un viaggio fino a quel momento impossibile all’estremità di un nuovo inferno quotidiano. L’inferno di una violenza fine a se stessa dei desperados di una società, divi anonimi e vittime consenzienti della cronaca di una morte annunciata.
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